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Venezia: Palazzo Ducale

testi by Redazione Venetolife.it


Simbolo del governo della Repubblica e nel contempo massima espressione dell'architettura gotica veneziana, venne fondato come castello nel secolo IX e subì la prima radicale trasformazione nel 1172-78, divenendo, oltre che residenza dogale, sede delle principali istituzioni delle Repubblica (il Maggior e Minor Consiglio) e di altri uffici di magistratura. A inizi '300 si decise di ampliarlo e da allora i lavori proseguirono pressoché ininterrotti fino al 1463. Gli incendi, che tanta parte ebbero nella storia del palazzo, portarono nel 1484 e nel 1577 (quando fu distrutta la sala del Maggior Consiglio) a ricostruire parti del complesso con gli interventi prima di Antonio Rizzo e, dopo alcuni altri, di Antonio Da Ponte, sostanzialmente rispettosi dell'aspetto architettonico precedente.

L'edificio si configura come un volume regolare, svuotato da un portico continuo al piano terra e, al primo, da una loggia, su cui corre un fronte senza soluzione di continuità decorato con pietre bianche e rosate a motivi geometrici. L'accesso avviene dalla porta della Carta, ricca opera di Giovanni e Bartolomeo Bon (1438) con il leone alato davanti al quale è inginocchiato il doge Francesco Foscari (copia ottocentesca). Essa immette nel porticato Foscari, costruito dai Bon e aperto sul cortile, che si conclude con l'arco Foscari; questo fronteggia la monumentale scala dei Giganti del Rizzo (1484-1501), decorata alla sommità con imponenti statue di Nettuno e di Marte del Sansovino (1554), alla spalle delle quali si svolgeva la cerimonia dell'incoronazione del nuovo doge.

Il cortile è un'autentica "piazza", prolungamento della platea marciana tra le alte mura del palazzo. Qui il Rizzo ripropose nelle facciate interne la medesima concezione dei prospetti esterni, sovrapponendo al vuoto dei due piani a portico e logge una parete piena forata da due ordini di finestre irregolarmente disposte.
Per la scala dei Censori si sale al piano delle Logge e si raggiunge la scala d'Oro, iniziata prima del 1549 dal Sansovino e da Antonio Scarpagnino ma ultimata nel 1559, che era riservata al passaggio di magistrati e illustri personaggi.

L'Appartamento ducale è posto al primo piano nobile, in ambienti ricostruiti dopo l'incendio del 1483. Fra le molte sale (le prime dieci sono visitabili solo in occasione di mostre) si segnalano: quella degli Scarlatti, così detta perché si riunivano i consiglieri del doge che vestivano toghe scarlatte; quella delle Mappe, con interessanti tavole geografiche alle pareti; la Grimani, utilizzata per le udienze private e con un dipinto (Cristo compianto) di Giovanni Bellini; la sala dei Filosofi, per l'affresco (S. Cristofro, 1523-34) di Tiziano; le sale delle Volte (il leone marciano è del Carpaccio), Corner e dei Ritratti, a comporre l'abitazione privata del doge.

Al secondo piano nobile sono ospitate le sale di riunione delle più alte magistrature dello Stato: la Signoria, il Senato, il Consiglio dei Dieci, i Tre Inquisitori. Dalla scala d'Oro si passa nell'atrio quadrato, con al soffitto opere del Tintoretto e alle pareti dipinti del Veronese e Francesco Bassano,  e quindi alla sala delle Quattro Porte, costruita dal Da Ponte su progetto del Palladio e Giovanni Antonio Rusconi: notevoli le quattro monumentali porte e il soffitto, ideato dal Palladio e con affreschi (Il doge Antonio Grimani in ginocchio davanti alla Fede, presente San Marco, 1576) del Tintoretto e di Tiziano. Nell'Anticollegio, dove sostavano in attesa i personaggi illustri e che venne ricostruito su progetto del Palladio e di Vincenzo Scamozzi, la volta accoglie al centro un affresco del Veronese (1577), le pareti ai lati delle porte d'accesso quattro opere a soggetto mitologico del Tintoretto (1577), quella opposta al camino, sulla sinistra, il Ratto d'Europa del Veronese (1580). Nella sala del Collegio, dove sedeva la Signoria, tra i dipinti del Veronese (1575-78) nel soffitto intagliato da notare, per il tema affrontato, Venezia in trono onorata dalla Giustizia e dalla Pace; sue sono anche alcune tele alle pareti, assieme ad altre del Tintotoretto.
Nel soffitto della sala del Senato, un'altra importante opera tesa a celebrare grandezza e nobiltà della città: Venezia seduta tra gli dei riceve i doni del mare di Jacopo e Domenico Tintoretto (1581-84); alle pareti, dipinti di Palma il Giovane.
Nella sala del Consiglio dei Dieci, il soffitto, intagliato e dorato, contiene due opere del Veronese. Seguono ambienti che, assieme alle Prigioni, fanno parte del percorso chiamato "itinerari segreti".
Nella sala dei Tre Capi del Consiglio dei Dieci, dove venivano aperte le denunce, il soffitto accoglie opere del Veronese, le pareti di Hieronymus Bosch (1500-1504).
La saletta dei Tre Inquisitori di Stato, magistratura incaricata di trattare gli affari più delicati della Repubblica (da qui si accedeva alla soprastante camera del Tormento e alle Prigioni), ospita ancora opere del Tintoretto sul tema della giustizia.
La sala d'Armi del Consiglio dei Dieci rappresenta l'Armeria di Palazzo Ducale, purtroppo saccheggiata alla fine della Repubblica ma pur sempre, con gli attuali 2.031 pezzi, di grandissimo interesse storico.

Si scende nell'andito del Maggior Consiglio con tele di Domenico Tintoretto allusive alla battaglia di Lepanto e di Palma il Giovane, che immette nella sala della Quarantia Civil Vecchia (la magistratura aveva giurisdizione sugli affari civili della città) e in quella dell'Armamento, dove è esposto quanto resta del Paradiso, grandioso affresco realizzato dal Guariento (1365-67) per la sala del Maggior Consiglio e rovinato dall'incendio del 1577.
Si giunge nella sala del Maggior Consiglio, cui appartenevano, dal 1297, soltanto i nobili iscritti nel "Libro d'Oro"; è la più vasta del palazzo e venne costruita dopo l'incendio del 1577 dal Da Ponte. La parete è interamente occupata dal Paradiso, grandiosa composizione dipinta da Jacopo Tintoretto e dal figlio Domenico con l'aiuto di Palma il Giovane e altri nel 1586-94 a celebrazione del buon governo della Repubblica; nel mezzo del soffitto, Apoteosi di Venezia del Veronese; nei grandi ovali accanto, tele di Palma il Giovane e del Tintoretto; nella parte alta delle pareti, i Tintoretto e loro allievi dipinsero i ritratti dei Dogi fino a Francesco Venier (1544-56): in luogo di quello di Marin Faliero, decapitato nel 1355 per congiura contro lo stato, risalta su fondo nero la scritta che ne ricorda l'ignominia.
Oltre la sala della Quarantia Civil Nuova, specie di tribunale d'appello, la sala dello Scrutinio, destinata alle votazioni del Maggior Consiglio e all'elezione del doge, fu rifatta dopo il 1577 dal Da Ponte e ospita il Giudizio universale di Palma il Giovane (1587-92); è da notare però che molte delle tele qui presenti esaltano battaglie dei veneziani sui mari (la Vittoria di Lepanto è di Andrea Vicentino).

Per il tardo-cinquecentesco ponte dei Sospiri si raggiungono le Prigioni Nuove, struttura a scavalco articolata in due corridoi paralleli che mettono in comunicazione il palazzo di Giustizia e le vecchie carceri con le celle che stavano al di là del rio di Palazzo. Le Prigioni Vecchie, le antiche carceri di Palazzo Ducale, erano divise in "piombi" (le celle situate sotto i tetti di piombo del palazzo, in cui fu rinchiuso anche Giacomo Casanova) e in "pozzi" (posti a piano terra, umidi e angusti, erano riservati ai condannati per i reati più gravi e ai prigionieri politici).



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